Arriva il PGT di Telgate: le nostre valutazioni (parte 2)
Leggere i principi di riferimento del documento di piano è come prendere una boccata di aria fresca: valori fondamentali per una buona urbanistica, che traducono lo spirito vero del Piano di Governo del Territorio.
Mi soffermo su due elementi particolarmente pertinenti la realtà di Telgate:
- la sostenibilità, che la Legge declina come “la garanzia di uguale possibilità di crescita del benessere dei cittadini e di salvaguardia dei diritti delle future generazioni” (art. 2, L.R 12/2005), ma che si può semplificare con l’adozione di scelte che abbiano una prospettiva lunga, che guardino ai cittadini di domani, che non si fermino alle prossime elezioni ma che provino a pensare a chi pagherà – eventualmente- il prezzo di interventi parziali, inadeguati, irrazionali;
- qualità delle trasformazioni territoriali, che si traduce nel principio della minimizzazione del consumo di suolo, privilegiando la riqualificazione piuttosto che l’utilizzo di aree libere. Ciò offre all’attività edilizia un nuovo spettro di possibilità, che non si risolve più nel principio della nuova costruzione a tutti i costi.
Principi sacrosanti. La lettura dei capitoli successivi del documento di piano (i cosiddetti “ambiti tematici strategici”) pare mostrare un offuscamento progressivo di questi principi.
Prendiamo come esempio il fabbisogno abitativo: il documento parte da una stima del tutto opinabile del fabbisogno residuo di alloggi (221 sino al 2020, escludendo i 180 alloggi in costruzione), a cui dedicheremo un intero articolo per mostrare come l’analisi demografica condotta porti ad una richiesta di abitazioni che non sussiste affatto.
Da questo presupposto, si suddividono i futuri interventi tra quelli di recupero dei volumi presenti nel Centro Storico (ecco la minimzzazione del consumo di suolo) e la nuova edificazione.
Quest’ultima si articola, a sua volta, in interventi di riconversione di ambiti – soprattutto produttivi- presenti nel tessuto urbanizzato e in nuovi ambiti di espansione urbana.
La contraddizione appare subito chiara: se si dichiara (pagina 20) che la superficie produttiva presente nell’abitato di Telgate ammonta a 100.000 mq, perchè si inseriscono tre nuove aree destinate ad alloggi (con una superficie totale di circa 27.000 mq)? Se si ritiene che nel lungo periodo le attività industriali che si trovano nel centro abitato si trasferiscano o si riconvertano, sarebbe stato opportuno adottare il principio del consumo-zero, cioè di assenza di nuove aree per abitazioni.
Se poi si entra nel merito delle aree industriali da riconvertire (pagina 21), si comprende come l’analisi fatta dall’architetto Tosetti sia approssimativa: dei diciotto ambiti individuati, vi sono aree dismesse da molti anni, aree in fase di dismissione o di riconversione e aree in cui vi sono attività imprenditoriali in corso che non mi risulta siano catalogabili tra gli ambiti di riqualificazione!
A ciò si aggiunga la strategia adottata nel capitolo dedicato ad industria ed artigianato (pagina 32), in cui si vincolano le suddette aree a destinazione produttiva nel breve-medio periodo (sarebbe interessante che l’architetto spiegasse se i termini “breve-medio periodo” si riferiscano ai cinque anni di vita del documento o ad un orizzonte più lungo).
L’indagine sul tema residenziale mostra dunque un limite sulla valutazione dei fabbisogni futuri -che a mio avviso non esistono- e non entra nel merito delle aree di riconversione, rispetto alle quali non offre un’idea urbanistica chiara: si incentiverà la riqualificazione delle industrie presenti nel tessuto urbano nel lungo periodo (demandando la disciplina al piano delle regole tuttora mancante), garantendo al contempo il soddisfacimento del fabbisogno di alloggi attraverso tre nuove aree residenziali.
Principi forti, ma applicazione debole su un tema assai importante per l’urbanistica telgatese.
Alla prossima puntata.
Fabio






